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Com’è davvero il primo giorno in un corso di formazione personale? La sorpresa che nessuno si aspetta e come affrontarla

📅 7 Settembre 2026✍️ di Giorgio Savorelli⏱️ 7 min di lettura

La porta si è chiusa alle mie spalle con quel piccolo tonfo che somiglia a un invito. L’aula odorava di pennarelli nuovi e caffè di macchina, le sedie già disposte in cerchio, lo schermo spento, le finestre a metà. Ho posato la giacca sullo schienale, facendo finta di conoscere il posto, come si fa quando si entra in un bar di provincia per la prima volta e si chiede un caffè come se fosse quello di sempre. Negli occhi degli altri c’era lo stesso lucore sospeso: curiosità mischiata a difesa, una voglia di cominciare trattenuta da un filo di timore.

Il varco dei primi dieci minuti

Si firma un foglio, si riceve un badge, si scambia un saluto che dura un attimo più del necessario. L’aula misura il passo collettivo, come in una piazza prima del comizio. Io, che per anni ho aperto una serranda all’alba e contato i resti in una cassa da edicola, ho imparato che gli inizi si capiscono dai dettagli: chi cerca la sedia laterale, chi vuole il centro, chi si nasconde dietro lo schermo del telefono credendo di non essere visto. È un rito che porta tutti nella stessa stanza ma non ancora nello stesso tempo.

Il formatore entra, sorride, non apre le slide. Ed è lì che compare la prima fessura nella nostra idea di “corso”: non parte la lezione, parte l’attenzione. Ci si sente chiamati a mettere giù l’armatura, o almeno a smollarne le fibbie. Qualcuno si irrigidisce; è un riflesso antico, lo capisco. Le Neuroscienze parlano chiaro: la novità attiva la vigilanza, la mente valuta se è sicuro abbassare la guardia. Ma quanto dura questo istante fa già la differenza tra un giorno che scivola via e uno che ti cambia una piccola abitudine.

La sorpresa che non ti aspetti

Credevi di ricevere contenuti, e invece ricevi specchi. Il primo giorno non è una dispensa, è una stanza di risonanza dove le parole degli altri rimbalzano sulle tue aspettative. Quando ho lasciato il bancone dei giornali per sedermi ai primi seminari di intelligenza emotiva, la sorpresa più netta è stata questa: non ti chiedono di essere brillante, ti chiedono di essere autentico. Una richiesta semplice da dire, infinitamente complessa da vivere.

La sorpresa non è il docente che cambia registro, è il registro che cambia te. L’invito a raccontare perché sei lì apre un passaggio segreto tra ciò che volevi imparare e ciò che devi lasciare andare. Affiorano formule interiori, quelle frasi che ti ripeti nei corridoi della tua testa: “non sono pronto”, “non so parlare in pubblico”, “qui saranno tutti migliori”. La sala si riempie di queste voci in silenzio, e il compito del primo giorno è riconoscerle senza farle dettare l’agenda.

È qui che la cronaca cede la scena al vissuto. Vedo un ragazzo con il cappello di lana, tiene le braccia conserte ma gli occhi sono mobili; vedo una donna che appoggia il taccuino, poi lo riprende, poi lo appoggia ancora. Nel dettaglio della loro esitazione c’è la notizia: non siamo arrivati per imparare un trucco, siamo arrivati per vedere da vicino le nostre cuciture.

Cosa succede davvero nelle prime due ore

Dopo il giro di nomi, il ritmo trova una cadenza. Qualcuno allenta le spalle, il respiro si fa più rotondo. Il formatore propone un esercizio semplice: pensare a un obiettivo, descriverlo in una frase che non contenga il verbo “dovere”. Sembra un gioco, ma il gioco mostra la grammatica segreta dei nostri automatismi. Quando togli il dovere, rimane il desiderio. E il desiderio, nel primo giorno, è un materiale delicato: se lo esponi poco non scalda, se lo esponi troppo si brucia.

Le dinamiche di gruppo entrano in scena, senza chiedere permesso. C’è chi parla a lungo per smaltire la tensione, c’è chi misura le parole come fossero monete. La Comunicazione non verbale diventa una didascalia visibile: caviglie intrecciate, mani che dribblano le penne, sguardi che cercano un punto fisso. E piano piano si forma un patto tacito: qui si può provare e sbagliare, a patto che ognuno resti presente. È un patto fragile, e il primo giorno serve a disegnarne i contorni in matita.

Nel frattempo affiora la domanda pratica: “Ma cosa imparerò, davvero?” È una domanda legittima, e la risposta migliore, il primo giorno, non è un elenco ma un orientamento. Imparerai ciò che sei disposto a praticare quando le luci si spegneranno. Il trainer può offrire mappe, ma i chilometri toccano a te. Nella mia esperienza, l’unico indicatore affidabile, già nelle prime ore, è la qualità delle domande che emergono dentro di te. Se ti scopri a chiedere “come posso usarlo domani?”, stai già attraversando la soglia giusta.

Come affrontare l’impatto senza farsi travolgere

Il primo consiglio che darei al me stesso di qualche anno fa è elementare: respira a ritmo più lento di quanto ti suggerisce l’adrenalina. Quattro secondi per l’aria che entra, sei per quella che esce. È un gesto quasi invisibile, ma sposta la messa a fuoco: dalla paura di apparire all’intenzione di esserci. In quell’intervallo la mente smette di cacciare e comincia a osservare.

Secondo: scegli una sedia che ti consenta di vedere l’intera stanza. Non è una mania da controllori, è un modo per includere lo spazio nel tuo campo d’azione. Quando vedi i volti, capisci che non sei un intruso: sei parte di un montaggio collettivo. Terzo: decidi un micro-obiettivo concreto per la giornata, misurabile in minuti o in gesti. Non “diventare sicuro”, ma “fare una domanda” o “condividere un esempio”. Piccolo abbastanza da non spaventare, reale abbastanza da segnare una traccia.

Ultimo, ma decisivo: scrivi una frase al presente che ti accompagni. Io uso “oggi mi concedo di imparare da chi ho davanti”. La frase vale più della calligrafia con cui la tracci. È un’àncora; quando la corrente del confronto ti trascina verso paragoni sterili, ci torni sopra e ritrovi il tuo baricentro.

La dinamica invisibile tra i partecipanti

Ogni gruppo ha una coreografia segreta. C’è il timido strategico, che parla tardi e lascia un solco; c’è l’entusiasta che traina, e rischia di bruciare i tempi; c’è il dubbioso di professione, che sembra frenare ma in realtà testa la solidità del percorso. Il primo giorno è il momento in cui questi ruoli si presentano, ancora grezzi. E ognuno di noi, se resta in ascolto, può cambiare il proprio copione di partenza.

Ricordo un corso a Bologna: a metà mattina una partecipante, Giulia, si alzò per dire che non se la sentiva di condividere. Il formatore fece un passo indietro, letteralmente, e le chiese cosa le servisse per restare. “Tempo”, rispose. Da quel punto in avanti la stanza prese un ritmo diverso, più umano. Non c’era sceneggiatura, solo presenza. Il primo giorno serve anche a misurare questa elasticità, la capacità del gruppo di tenere insieme velocità diverse senza perdere la trama.

Dopo l’uscita: come far durare l’onda

L’errore più comune arriva appena si spengono le luci: si apre il telefono e si torna a scorrere, come se la giornata fosse già un ricordo da archiviare. Se vuoi che il primo impatto diventi costruzione, ritaglia dieci minuti di decompressione consapevole. Cammina fino alla fermata successiva, rileggi una nota, scegli una sola cosa da mettere in pratica entro ventiquattr’ore. Non una rivoluzione, un tassello.

Quando rientri nel tuo mondo di sempre, accadrà un piccolo cortocircuito: l’ambiente non è cambiato, sei cambiato tu di un millimetro. È lì che si gioca la partita. La tua voglia di raccontare tutto può incontrare ostruzioni bonarie (“bello, ma domani chiude la consegna”); non serve convincere nessuno. Serve tenere la promessa con te stesso. A me aiutava una regola imparata in edicola: ogni mattina il giornale è nuovo, ma le mani sono le stesse. Trattale bene, e non ti deluderanno.

E se una parte di te teme di non essere all’altezza, onorala. Quella voce non è un nemico, è un allarme progettato per non farti perdere l’equilibrio. Ringraziala e domandale collaborazione. Nel primo giorno, la maturità non sta nello zittire i dubbi; sta nel portarli con te mentre muovi il primo passo.

Un corso di formazione, visto da vicino, non è un palco su cui esibirsi, ma una sala prove. Il primo giorno accende le luci e ti fa vedere la polvere sospesa tra te e l’obiettivo. È fastidiosa, sì, ma è la prova che c’è aria in movimento. Quando ripensi all’ingresso, al rumore di quella porta e al cerchio di sedie, ti accorgi che la sorpresa, alla fine, non era minacciosa. Era un invito a prendere posto nella tua stessa storia, con più lucidità e meno fretta. E, se posso permettermi, è un invito che vale la pena accettare ogni volta, come fosse la prima.

Giorgio Savorelli

Giorgio, dopo una carriera come edicolante in provincia, ha riscoperto l'importanza della formazione continua partecipando a seminari su intelligenza emotiva. Da cinque anni accompagna adulti e ragazzi in percorsi di auto-miglioramento, valorizzando il potenziale nascosto di ciascuno.